Dibattito Pubblico, Barone: da Termoli un contributo per scrivere bene il decreto attuativo

La crisi della democrazia rappresentativa, il desiderio legittimo di gruppi organizzati di partecipare e incidere sulle scelte strategiche dei propri territori non solo nel momento del voto, la difficoltà delle istituzioni di creare consenso verso nuove progettualità, le relazioni sociali inquinate sempre più spesso dalle fake-news e dalla post-verità.

In questo scenario sempre più complesso della società italiana si concretizza, cerca spazio e riconoscimento un nuovo istituto di democrazia deliberativa: il Dibattito Pubblico. Esso deve permettere a tutti i cittadini e ai portatori di interessi legittimi di informarsi, partecipare e contribuire alla formazione delle deliberazioni attraverso la proposta di pareri argomentati in merito allo sviluppo di grandi progetti infrastrutturali e di architettura di rilevanza sociale in fase di progettazione sul territorio nazionale.

Ideato in Francia nel 1995, sperimentato poche volte in Italia grazie all’intuito di Regioni e Comuni all’avanguardia, previsto dall’art. 22 del nuovo codice degli appalti, il Dibattito Pubblico diventerà obbligatorio dal prossimo 19 aprile grazie all’approvazione di un decreto attuativo da parte del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Il decreto dovrà prevedere, distinte per tipologia e soglie dimensionali, per quali opere è obbligatorio il ricorso a tale procedura; inoltre dovrà definire le modalità di svolgimento e il termine della sua conclusione; infine, stabilire le modalità di monitoraggio affidate a una Commissione presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti.

Con il convegno “L’istituto del Dibattito Pubblico in Italia” in programma il 9 marzo a Termoli, all’interno delle iniziative della Settimana dell’amministrazione aperta, si vogliono delineare, ascoltando autorevoli voci istituzionali, accademiche e imprenditoriali, i possibili scenari che il legislatore ha dinanzi per regolamentarlo.

Ci si interrogherà, in modo affatto retorico, se c’è davvero bisogno, in questa Italia sempre più astensionista, di un nuovo istituto democratico che richiede, al contrario del semplice voto, sia esso politico o referendario, ancora più partecipazione, più ingaggio, più  disposizione ad accettare i dati fattuali, più capacità di argomentazione, più disposizione all’ascolto delle opinioni altrui e più capacità di fare sintesi delle ragioni pubbliche e degli interessi legittimi dei singoli.

Proprio perché il Dibattito Pubblico sarà un oggetto complesso da maneggiare, per rendere efficace lo strumento il legislatore non dovrebbe disattendere alcuni requisiti indispensabili: Il Dibattito Pubblico non deve essere utilizzato come strumento per acquisire consenso da parte dei promotori dell’opera; va realizzato in una fase antecedente a quella autorizzativa; deve consentire di valutare e deliberare sulla necessità reale dell’intervento; deve informare ed essere aperto a tutti i cittadini; la gestione del processo deve essere realmente indipendente, ma pianificata da professionisti della partecipazione pubblica; i suoi costi vanno preventivati all’interno dei costi generali di progettazione; una volta concluso resta il dovere di proseguire le azioni di informazione monitoraggio sull’opera.

Conciliare il diritto delle istituzioni elette a prendere decisioni e il diritto alla partecipazione nei processi decisionali dei semplici cittadini appare una delle più importanti sfide cui è chiamata la nostra sofferente democrazia. Il Dibattito Pubblico può, se li legislatore saprà ben regolamentarlo, essere una valida risposta a questo bisogno di sintesi fra istituzioni e cittadini.